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Raccontare la fragilità e la solidarietà attraverso le immagini

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30 Dicembre 2025
Intervista a Patrick Botticchio

Da diversi anni il servizio pubblico radiotelevisivo si interroga su come raccontare una società che non vive solo sotto i riflettori, ma anche nei margini, nelle fragilità e nelle relazioni di solidarietà. È una funzione che contribuisce a rendere la comunità più consapevole e coesa. A questo tema la SSR.CORSI dedica la serata Solidarietà dal 1946: il ruolo della SSR, in programma mercoledì 28 gennaio all’Hotel Pestalozzi di Lugano. L’attualità di questa riflessione emerge con forza dal documentario I sei di Santiago, diretto da Patrick Botticchio, che racconta il cammino di sei giovani con disabilità verso Santiago di Compostela. Lo abbiamo intervistato per approfondire il suo percorso, il senso del documentario e il valore del racconto audiovisivo. 

Caro Patrick, prima di lanciarti nel progetto della Primitive Films, hai maturato un’importante esperienza come cameraman e direttore della fotografia in RSI. Quanto ti ha aiutato questa esperienza nella tua attività di regista indipendente?

Questa gavetta mi ha aiutato moltissimo. Dopo l’apprendistato come fotografo in Ticino ho frequentato una scuola di cinema a Barcellona per diventare direttore della fotografia. Dal 2009 ho lavorato in RSI, dove ho potuto crescere attraversando diversi ambiti della produzione audiovisiva: dal lavoro di cameraman per Il Quotidiano e il Telegiornale, fino alle trasmissioni di approfondimento come Falò e Patti Chiari. Alla RSI ho imparato soprattutto come si costruisce un racconto dal punto di vista tecnico. Oggi, lavorando come regista indipendente e occupandomi personalmente anche delle riprese, quell’esperienza torna ogni giorno: è stata una formazione fondamentale.

Com’è nato il progetto de I sei di Santiago? Come hai scelto i sei protagonisti del documentario?

Il progetto mi è stato proposto da Philippe Blanc, produttore di Storie, che aveva visto un mio precedente lavoro con ragazzi con disabilità (I Camaleonti). L’idea del cammino verso Santiago era già dell’associazione Atgabbes e i sei ragazzi erano stati scelti prima del mio coinvolgimento. Il mio lavoro è stato soprattutto registico: ho individuato in Giordano il personaggio attorno al quale far ruotare la narrazione. In lui ho trovato la possibilità di raccontare la forza che la coesione e la solidarietà di un gruppo possono generare. Inoltre è stato importante riuscire a mescolare tre elementi per la buona riuscita del documentario: l’avventura dei sei ragazzi, l’arco narrativo del personaggio principale e l’incontro con altri personaggi incontrati lungo il cammino; questo equilibrio mi ha permesso di rafforzare la dimensione emotiva e il lato più filosofico del viaggio.

Il documentario ha una forte carica emotiva, anche perché hai condiviso il cammino con i protagonisti giorno dopo giorno. Quanto ti sei sentito regista e quanto, invece, parte del gruppo?

È una tecnica che uso spesso, mi piace infilarmi nelle storie che filmo. Nei miei documentari c’è sempre una mia presenza, ma cerco sempre di restarne fuori, di modo che i personaggi possano sentirsi liberi di essere sé stessi. È un patto che stabilisci all’inizio: c’è un Patrick con la telecamera e uno senza. Il mio strumento di lavoro diventa così una maschera che indosso per non intaccare troppo la storia che voglio portare sullo schermo: è un equilibrio difficile. Questa operazione mi porta subito ad instaurare con loro un rapporto di fiducia che permette così al documentario di risultare autentico e non recitato o artificiale. 

Opere documentarie come questa mostrano l’importanza della solidarietà e dell’aiuto reciproco. Dal tuo punto di vista, perché il mezzo audiovisivo è così efficace nel raccontare questi aspetti dell’umanità, che spesso rimangono nascosti nella sfera privata?

Non saprei dire se il mezzo audiovisivo sia il più adatto. Per l’esperienza che ho maturato in questi progetti posso dire che il mondo della disabilità e del ritardo cognitivo è un mondo fatto di poche parole, quasi silenzi, ma di molti gesti e sguardi forse persino più eloquenti. Quando lavori con ragazzi con disabilità devi essere un ottimo osservatore e lasciare da parte il tuo punto di vista se vuoi entrare in sintonia con loro. Attraverso la telecamera in effetti posso sicuramente dare più enfasi a gesti e sguardi, perché l’immagine colpisce più delle parole e allo stesso tempo mi obbliga a riprendere la realtà non con i miei occhi ma attraverso gli occhi di questi ragazzi. 

E quanto ritieni importante il supporto di un servizio pubblico come RSI per permettere a storie come questa di emergere e raggiungere il pubblico?

Ho viaggiato in tutto il mondo e visto molte realtà di produzione di documentari, anche in Paesi a noi vicini, e devo dire che abbiamo una grande fortuna, che ci invidiano un po’ in tutto il mondo: grazie al servizio pubblico radiotelevisivo possiamo avere una documentaristica approfondita, che permette di toccare le più diverse sensibilità e interessi, con autori e registi anche diversi. Quello che possiamo offrire al pubblico è realizzabile solo nel settore pubblico, perché solo in questa condizione ideale è possibile parlare di storie umane e non di prodotti commerciali. L’essere umano si alimenta sempre di storie e poterle offrire con questa professionalità, nella nostra lingua, è un valore inestimabile, che spesso viene riconosciuto solo a distanza di anni; immaginiamoci di vedere questi documentari tra 50 anni: non saranno solo storie ma contribuiranno a ritrarre la Storia del nostro tempo. La produzione privata va spesso da un’altra parte, mentre il servizio pubblico radiotelevisivo riesce a realizzare delle produzioni, anche del nostro territorio, indispensabili per capire chi siamo e cosa stiamo diventando. Faccio un esempio: Un video su YouTube può fare molte visualizzazioni, ma tra qualche anno potrebbe non esistere più. I documentari del servizio pubblico, invece, restano: documentano la nostra realtà. Rinunciare a questo significherebbe rinunciare alla nostra memoria collettiva. E sarebbe un gran peccato!

 

A cura di Marco Ambrosino, responsabile dei contenuti editoriali SSR.CORSI

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