Per la 70ª edizione dell’Eurovision Song Contest sul palco di Vienna la Svizzera tornerà a presentarsi con un brano in inglese e lo farà con Veronica Fusaro e il suo brano Alice. Abbiamo avuto il piacere di intervistare per voi l’artista poche ore prima del suo showcase allo Studio Foce di Lugano di martedì 31 marzo.
Veronica, come è iniziato il tuo percorso nel mondo della musica?
La musica mi piaceva sin da bambina e ho cominciato a cantare sin da subito, incoraggiata anche da alcune persone che mi dicevano “hai una bella voce!”. In terza elementare ho iniziato a suonare la chitarra classica, ma dopo due anni ho capito che prendere lezioni non faceva per me; ho smesso e ho cominciato a studiare da autodidatta, guardando filmati su YouTube, provando a fare alcune cover. Abbastanza presto però mi sono resa conto che non volevo solo imitare ma creare qualcosa di mio: ho iniziato a scrivere piccole canzoni in bärndutsch e in italiano, le lingue che meglio conosco, essendo nata a Thun ma avendo una parte della famiglia che viene dalla Calabria. In un secondo momento, appena ho imparato l’inglese, ho però battezzato quest’ultima come la lingua della mia musica. La vera svolta per la mia carriera è avvenuta nel 2016, quando ho vinto il “Demotape Clinic” a Zurigo, che mi ha permesso di far conoscere le mie canzoni, che da quel momento hanno iniziato ad essere trasmesse in radio. In seguito, ho iniziato a lavorare con il mio attuale manager e il sogno di diventare una cantante professionista è diventato realtà!
Come hai vissuto la selezione per l’Eurovision Song Contest 2026? Hai sempre pensato di esibirti in inglese o hai valutato anche una canzone in una lingua nazionale?
È stata un’autentica sorpresa e un grande regalo di Natale, essendomi arrivata la conferma il 21 dicembre: è qualcosa che mi ha toccato tantissimo, ho pianto di gioia una volta realizzato cosa stava succedendo! L’anno scorso avevo già partecipato al concorso ed ero convinta di avere delle buone possibilità, ma alla fine non ero stata scelta. Non mi aspettavo che quest’anno potesse essere la volta buona, sono felicissima!
Non ho mai pensato di scrivere una canzone per l’Eurovision: ho sempre fatto canzoni che mi rappresentano, senza secondi fini. L’inglese è una scelta più spontanea di quanto si possa pensare: se inizialmente ascoltavo anche cantanti italiani come Vasco Rossi e Gianna Nannini, con il tempo mi sono avvicinata a voci contemporanee come Adele e Amy Winehouse e quindi mi è stato facile scegliere di cantare ed esibirmi sempre in inglese.
In passato seguivi già con interesse l’Eurovision Song Contest? C’è un’edizione a cui sei particolarmente legata o che ha influenzato la tua carriera musicale?
Ho sempre seguito l’Eurovision a casa con la mia famiglia, senza essere dei veri cultori, ma lo conosco bene. Mi ha sempre colpito – e lo fa sempre di più ora che l’osservo con un occhio più critico – quanto la musica possa, tramite uno show, raggiungere molte persone. Non nascondo che ho sognato di poterci andare, senza farla diventare un’ossessione.
Non ho un’edizione del cuore, ma sicuramente mi ha colpito il lavoro fatto dalla SRG l’anno scorso: riuscire ad organizzare un’edizione del genere è un buon segno per la musica svizzera, significa che c’è la possibilità di promuovere anche eventi di largo respiro internazionale nel nostro Paese. L’artista che forse più mi ricorda l’Eurovision è Conchita Wurst con Rise Like a Phoenix, che al tempo mi colpì molto, soprattutto a livello performativo.
“Alice” tocca il tema della violenza, anche psicologica. Oggi, grazie anche ai social media, credi che l’Eurovision riesca ancora a trasmettere messaggi importanti?
Credo di sì. La musica, passando anche tramite lo spettro emotivo, ha il potere di poter rendere più accessibili temi a volte pesanti e che si tende a non trattare: è questo, secondo me, uno dei compiti dell’arte. Sono molto grata di poterlo fare con la mia musica e di poter portare da questo palco un tema che mi sta sicuramente molto a cuore.
Quanto è importante, per la carriera di una giovane artista come te, avere la possibilità di esibirsi in mondovisione?
È sicuramente un trampolino che può essermi utile per la carriera. Non voglio che questa esperienza sia un’apparenza fugace, ma voglio che mi dia la possibilità di far conoscere la mia musica e il mio modo di essere una musicista. Proprio per questa ragione non ho mai cercato il successo a priori, ma ho sempre voluto che fosse il risultato della mia ricerca musicale.
Quanto ti ha aiutato, nel corso della tua carriera, il supporto della SRG SSR e quanto hanno inciso riconoscimenti come lo “SRF 3 Best Talent”?
Il supporto del servizio pubblico radiotelevisivo mi ha aiutato molto e non nascondo che l’esito della votazione sull’iniziativa 200 franchi bastano! sia stata una notizia molto importante anche per il nostro settore. Bisogna sempre considerare che quando si è agli inizi, non si è mai commerciali: la radio è un mezzo potente che permette ai giovani artisti di esprimersi e far sentire la loro voce. È una piattaforma decisiva all’inizio della carriera. Parallelamente anche un riconoscimento come lo “SRF 3 Best Talent” è un’importante rampa di lancio: non solo per il premio in sé, che ti dà maggiore credito e ti fa capire l’importanza di quanto stai facendo, ma anche perché è un premio che coinvolge tutto il Paese e ti mette a confronto con altri artisti provenienti da tutta la Svizzera.
A cura di Marco Ambrosino, Responsabile contenuti editoriali SSR.CORSI