La SSR: un struttura fondamentale per i giovani musicisti – Intervista a Kety Fusco
Tra i prossimi oggetti in votazione è prevista anche l’iniziativa “200 franchi bastano”. L’esito delle urne segnerà una data cruciale per il servizio pubblico radiotelevisivo della Svizzera, mai come in questi ultimi anni rimesso in discussione. Oltre a informazione e sport, anche la produzione culturale e musicale verrebbe fortemente toccata da questa misura. Per capire quali conseguenze potrebbe apportare nel settore musicale, abbiamo intervistato Kety Fusco, giovane musicista con già una solida esperienza sulle spalle.
Cara Kety, in pochissimi anni hai rivoluzionato l’immaginario attorno all’arpa. Nel 2022 dicevi che il tuo obiettivo era creare una tua identità musicale, ma soprattutto decostruire la percezione tradizionale legata a questo strumento. Come procede questo percorso?
Procede come deve: con rischio e passione. In questo momento sto collaborando con Jeff Mills e con la Filarmonica di Parigi. Sto lavorando a un progetto con un coro della Mesolcina, scrivendo per arpa elettronica e coro utilizzando testi degli almanacchi in dialetto. Tra pochi giorni parto per l’America per suonare al festival di cinema e musica SXSW. Parallelamente, sto lavorando al Floating Notes Festival, il festival che ho fondato nel 2020 e che quest’anno sarà al Teatro Sociale di Bellinzona. Mi rendo conto di quanto sono fortunata a vivere solo della mia musica, a non avere un piano B. A poter scegliere di non dover passare la maggior parte del tempo in giro a suonare per pochi soldi, ma di selezionare le venue, i concerti e le collaborazioni. Ma, come ogni cosa, è complesso. Il punto non è suonare o comporre. Il punto è riuscire a vivere di arte in modo dignitoso. Ed è sempre più difficile, perché oggi la musica viene percepita come un lusso. Si dà per scontato che chi la fa lo faccia per passione, quindi quasi gratis. Dietro ogni concerto ci sono anni di studio, investimenti, errori, rischio economico. Non si vede quello che succede prima e dopo il palco: le ore di lavoro, le notti insonni, l’incertezza di sapere se il progetto sarà sostenuto e per quanto tempo potrai viverne prima di doverne iniziare un altro. Devi avere visione e proteggere la tua identità in un sistema che ti chiede di semplificare. Il mio percorso resta quello che avevo in mente dalla fine dei miei studi in conservatorio: costruire un linguaggio personale e portare l’arpa fuori dal suo contesto tradizionale. Ogni progetto e ogni rischio fanno parte di questo processo. Non voglio che l’arpa sia decorazione. Voglio che sia presenza. È un percorso che continua, e continuerà finché avrò qualcosa da mettere in discussione.
Nel corso della tua breve ma già ricca carriera ti sei esibita in svariati luoghi della terra e hai conosciuto moltissimi artisti di fama internazionale. L’anno scorso hai debuttato a Sanremo a fianco della giovane cantautrice Joan Thiele. Com’ è nata questa collaborazione? Che esperienza ti ha lasciato calcare il palco dell’Ariston?
La collaborazione con Joan è nata in modo molto naturale. Ci siamo incontrate attraverso il lavoro, abbiamo iniziato a parlarci, a stimarci, e da lì è nato un dialogo artistico. Lei cercava un suono che potesse ampliare il suo immaginario senza renderlo prevedibile; io ero curiosa di portare la mia arpa in un contesto completamente diverso dal mio abituale. Quando mi ha proposto di salire con lei sul palco del Festival di Sanremo ho detto sì perché era una sfida vera. Con Joan c’è stata una sintonia immediata: rispetto reciproco e libertà. Nessuna voleva “abbellire” qualcosa, volevamo aggiungere un livello emotivo in più. Calcare il palco dell’ Ariston è un’esperienza forte. È una macchina gigantesca, con una pressione mediatica enorme. Lì capisci se sei centrata oppure no. Per me è stato un momento di grande lucidità: ero consapevole di essere in un contesto popolarissimo e non ho sentito il bisogno di cambiare pelle. Ho portato il mio suono, il mio modo di stare sul palco, la mia identità. È stata una conferma importante: puoi stare anche nel luogo più istituzionale e mediatico d’Italia senza tradire la tua ricerca. E questo, per me, vale più di qualsiasi esposizione.
A breve ci sarà una votazione importante sul canone radiotelevisivo, che, se approvata, comporterebbe tagli significativi anche per l’offerta radiofonica della Svizzera italiana. Dal tuo punto di vista, quanto sono importanti i passaggi in radio per la crescita di un giovane artista?
Sono fondamentali. Non solo in termini di visibilità, ma di legittimazione e crescita artistica. Un passaggio in radio, soprattutto nel servizio pubblico, non è semplicemente “andare in onda”. È entrare in un contesto editoriale che ti ascolta davvero. È qualcuno che dedica tempo alla tua musica e la inserisce in un discorso culturale più ampio. Per un giovane artista questo fa una differenza enorme. All’inizio del percorso non hai ancora un pubblico strutturato. Non hai numeri importanti sulle piattaforme, non hai una macchina promozionale alle spalle. La radio pubblica può essere uno dei pochi spazi dove il valore del progetto conta più dell’algoritmo. In un territorio come la Svizzera italiana, l’offerta radiofonica ha anche una funzione identitaria: sostiene la scena locale, crea rete, mette in dialogo artisti, pubblico e istituzioni. Se questi spazi si riducono drasticamente, non perdiamo solo ore di programmazione, perdiamo opportunità reali per far crescere nuove voci. Per questo i passaggi in radio non sono un dettaglio promozionale, ma parte di un ecosistema che permette ai giovani artisti di esistere senza dover rincorrere solo logiche di mercato.
Uno degli argomenti più frequentemente utilizzati da parte dei promotori dell’iniziativa è che i giovani non guardano più la televisione né ascoltano la radio. Ti ritrovi in questa frase? Che rapporti hai tu con il servizio pubblico?
Io sono la prima a non guardare quasi mai la televisione. Ma ascolto tantissima radio. E lavoro ogni giorno su Instagram: è uno strumento fondamentale per me. Proprio lì seguo uno dei miei canali preferiti, RSI Cult+, che mi fa scoprire artisti, progetti, film, musica che altrove non intercetterei. C’è una cura nella ricerca, una selezione editoriale, una profondità che sulle piattaforme puramente commerciali è rara. Ed è questo il punto: il servizio pubblico non è più solo “radio” o “televisione” nel senso tradizionale. È un ecosistema di contenuti che vive anche online, sui social, dove le nuove generazioni sono già presenti. Il tema non è se si accende una radio FM o si guarda la TV lineare. Il tema è: chi produce i contenuti e con quali criteri? Il servizio pubblico non è un apparecchio, è una struttura. Una struttura che garantisce pluralità e qualità. In un momento storico in cui quasi tutto è filtrato da algoritmi e logiche di mercato, avere spazi che non rispondono esclusivamente alla monetizzazione è fondamentale. Se lasciamo che tutto sia regolato solo dai numeri e dalla viralità, rischiamo di perdere identità culturale e capacità critica. Io sono seriamente preoccupata all’idea che questo possa accadere, perché significherebbe impoverire non solo il settore artistico, ma la società nel suo insieme.
Oggi molti artisti condividono la loro musica soprattutto su piattaforme internazionali, che spesso privilegiano contenuti guidati dal mercato. Secondo te, quanto è importante avere ancora spazi come la radio e la televisione pubblica, che possano offrire visibilità a giovani artisti e progetti musicali di qualità senza perseguire fini commerciali?”
Parto dalla mia esperienza personale. Io utilizzo ogni giorno le piattaforme internazionali creando contenuti e comunicando con il mio pubblico. Sono strumenti fondamentali e non li demonizzo. Ma so benissimo come funzionano: se un contenuto non performa in fretta, viene spinto meno e, se non genera numeri, scompare. Il mio progetto non è nato per essere “facile” o immediato. Lavoro sulla ricerca sonora e sulla costruzione della mia identità artistica. E senza spazi editoriali che mi abbiano dato fiducia quando i numeri non erano ancora grandi, probabilmente il mio percorso sarebbe stato molto più difficile da far emergere. Quando una radio pubblica decide di trasmettere un mio brano o di dedicarmi un’intervista, non lo fa perché sono virale. Lo fa perché c’è un criterio culturale dietro. Perché qualcuno ha ascoltato davvero. E questo cambia tutto. Le piattaforme ti danno esposizione, ma il servizio pubblico ti dà contesto. Ti permette di esistere anche se non sei allineata alle logiche del mercato globale. Per questo è fondamentale mantenere spazi come la radio e la televisione pubblica: non per proteggere gli artisti, ma per proteggere la possibilità stessa di una musica che non sia solo prodotto, ma espressione.
Di recente sui tuoi social media hai deciso di esporti affermando di votare NO all’iniziativa 200 franchi bastano! Reputi sia importante che gli artisti portino la loro voce in questo dibattito?
Sì, e questa volta ho sentito che dovevo dirlo in modo chiaro. Ho una comunità di oltre 24 mila persone su Instagram. Non mi sono mai esposta su temi politici o su questioni che non riguardassero direttamente la musica. Il mio spazio è sempre stato artistico. Ma questa volta non riuscivo a restare neutrale. Non stiamo parlando di una piccola ottimizzazione tecnica o di un dettaglio amministrativo. Stiamo parlando dell’idea che la nostra società possa davvero convincersi che risparmiare qualche centinaio di franchi valga la pena di indebolire il servizio pubblico e la produzione culturale. Questo, per me, è un errore grave. Se pensiamo che tagliare questi fondi ci renda più efficienti, in realtà ci rende più dipendenti da un sistema culturale dominato dal mercato globale. E quel sistema decide cosa vediamo e cosa ascoltiamo. Quando il criterio è solo economico, resta visibile solo ciò che vende. Il resto scompare. L’unicità culturale e l’indipendenza editoriale non sono un lusso: sono una forma di libertà. Una società che mette al centro solo il risparmio economico rischia di impoverirsi culturalmente e di perdere la capacità di scegliere in modo autonomo. Siamo fortunati a vivere in un Paese che ha costruito un sistema capace di garantire qualità e accesso alla cultura. Non è scontato. E proprio perché non è scontato, è necessario difenderlo. Espormi, per me, non è stato un gesto ideologico. È stato un gesto di responsabilità verso il contesto culturale che mi ha permesso di crescere e di lavorare.
A cura di Marco Ambrosino, Responsabile dei contenuti editoriali SSR.CORSI