L’8 marzo la popolazione e tutti i Cantoni hanno respinto in maniera chiara l’iniziativa “200 franchi bastano!”. Un risultato che rappresenta un segnale positivo per la piazza mediatica svizzera e conferma che la popolazione reputa importante garantire al servizio pubblico radiotelevisivo le condizioni economiche per tenere fede al suo mandato.
A seguito della vittoria, è comunque necessario riflettere sui segnali derivanti da questa votazione per comprendere il presente e orientare il futuro del servizio pubblico radiotelevisivo. In vista dell’evento “Dopo l’8 marzo: i risultati della votazione sotto la lente”, in programma martedì 22 aprile, abbiamo intervistato Oscar Mazzoleni, professore all’Università di Losanna ed esperto di politica cantonale e federale.
Negli ultimi anni il servizio pubblico radiotelevisivo è oggetto di dibattito in molti Paesi europei. Alla luce di quanto accade anche all’estero, come interpreta i risultati della votazione svizzera?
In questi anni, il servizio pubblico radiotelevisivo è messo in discussione in molti paesi. L’offensiva viene dal settore privato, sia dei media tradizionali sia dai Big-tech, ma anche e soprattutto da forze politiche di destra. Ciò vale in Francia, Gran Bretagna o Stati Uniti. In Svizzera, vedo sia forti convergenze con quanto accade altrove, dove la concorrenza privata è sempre più agguerrita e l’informazione di servizio pubblico è vista con sospetto poiché ritenuta un sostegno per le forze politiche moderate o di centro-sinistra. In questo senso, il caso svizzero, pur con le sue peculiarità, partecipa di una tendenza più generale.
Perché alcune forze politiche sono così critiche?
Le ragioni sono diverse. Certamente, c’è un sospetto nei confronti di un giornalismo che può fornire una narrazione diversa di cosa accade nella società, nella cultura e nella politica. Queste forze hanno obiettivi a lungo termine e la conquista dell’universo mediatico, nelle sue varie sfaccettature, fa parte di questa strategia. La critica non si trasforma però in una domanda di riduzione del sostegno finanziario e del canone in particolare. Questa è una tendenza che si registra piuttosto in altri stati europei.
Inizialmente il fronte del Sì appariva in vantaggio; poi con il passare delle settimane la situazione si è capovolta e ovunque ha avuto la meglio il fronte del No, anche in un cantone come il Ticino che si era reso particolarmente protagonista durante la raccolta firme. Come mai? Quali elementi sono stati decisivi?
Le iniziative popolari hanno spesso un destino simile in questi anni. Più si avvicina lo scrutinio, più cresce l’opposizione, con la consapevolezza che l’esito non sia mai scontato. La ragione in questo caso la vedo nel fatto che una coalizione via via più ampia e diversificata si è mobilitata nell’ultima fase della campagna contro l’iniziativa. Penso anche ai partiti di centro-destra che all’inizio erano apparsi meno presenti o divisi.
La differenza di quasi 10 punti percentuali tra il risultato nazionale e quello ticinese, già riscontrata durante la votazione sull’iniziativa No Billag, suggerirebbe una specificità regionale. Si può interpretare questo scostamento come una caratteristica culturale consolidata del Ticino, oppure indica aree in cui la RSI potrebbe intervenire per migliorare l’adesione e il sostegno al servizio pubblico?
Più letture sono possibili del voto ticinese. Non necessariamente alternative fra loro. Vedo soprattutto l’impatto di una campagna di lungo periodo delle forze sostenitrici dell’iniziativa, penso all’UDC, ma anche e soprattutto la Lega dei ticinesi, che da decenni fanno campagna sul tema e mettono in causa la RSI. Ricordo che anche nel voto No-Billag del 2016, il Ticino era uno dei cantoni più favorevoli all’iniziativa, con un 34,5%.
Con la votazione ormai alle spalle, l’attenzione si concentra sulla prossima concessione: il risultato inciderà sul mandato del servizio pubblico, o resterà comunque fondamentale impegnarsi per garantire che il mandato della SSR non si limiti alla mera sfera informativa?
Appena saputo il risultato dello scrutinio, il responsabile del dossier in Consiglio federale ha proposto una ridefinizione della concessione con un ridimensionamento dell’offerta di servizio pubblico. Ciò lascia intendere che chi si si batte per garantire un mandato della SSR simile a quello attuale ha di fronte una battaglia non facile. La posta in gioco rimane quella di garantire un servizio universale piuttosto che un modello di nicchia, assai meno competitivo sul mercato.
Guardando oltre il risultato, quali sono secondo lei le principali sfide che il servizio pubblico radiotelevisivo dovrà affrontare nei prossimi anni per mantenere legittimità e consenso?
Le sfide sono molte: il rinnovo della concessione, l’attrattività dell’offerta verso le nuove generazioni, l’impatto dell’AI, nonché la capacità di rispondere alle diverse sensibilità del Paese. Tutto ciò senza perdere la vocazione di servizio pubblico. Non è detto, infatti, che la via migliore sia quella di andare d’accordo con tutti e a tutti i costi.
A cura di Marco Ambrosino, responsabile dei contenuti editoriali SSR.CORSI