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Informazione tra pubblico e privato: le sfide del giornalismo nell’era digitale

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30 Dicembre 2025
Intervista a Colin Porlezza

La maniera di sapere cosa succede da noi e nel resto del mondo è cambiata molto nell’ultimo decennio. L’arrivo di internet prima e dei social media poi ha imposto non solo nuovi ritmi e nuove fonti, ma una vera e propria nuova modalità di informarsi, che influenza il dove, il quando e il come ci si informa. Questo nuovo stato delle cose ha sicuramente imposto ai media tradizionali di ripensare al loro modo di comunicare e di presentare l’offerta informativa, ma soprattutto di come evolvere in una società sempre più liquida, globalizzata e digitale. Di questi importanti temi si occuperà anche la terza tavola rotonda promossa dalla SSR. CORSI che si svolgerà mercoledì 21 gennaio 2026 presso l’Auditorium di Banca Stato a Bellinzona. Per avvicinarci ai temi di questa serata abbiamo intervistato Colin Porlezza, professore associato di giornalismo digitale e direttore dell’Istituto di Media e Giornalismo dell’Università della Svizzera italiana.

 

Caro Colin, la comunicazione è cambiata radicalmente in questi ultimi anni. Da un punto di vista teorico, qual è stato l’evento cardine che ha dato il via a questa nuova fase di comunicazione digitale?

Direi una combinazione di diversi fattori, in particolare l’impatto delle piattaforme sociali, le infrastrutture algoritmiche di distribuzione e l’avvento delle tecnologie di AI generativa. A partire dall’ascesa delle piattaforme come nodo centrale nell’ecosistema informativo, la rilevanza informativa non è più stata determinata principalmente dai criteri professionali o istituzionali del giornalismo, bensì dagli algoritmi delle piattaforme e dai sistemi automatizzati di raccomandazione. Questo mutamento segna la transizione da un modello mediatico centrato su gatekeeper professionali a uno fondato su piattaforme che operano come nuovi intermediari. Inoltre, la diffusione dell’AI generativa aggiunge un ulteriore livello di complessità, ristrutturando non solo l’organizzazione del lavoro giornalistico e le responsabilità professionali, ma anche i confini tra produzione professionale e automazione algoritmica, generando nuovi rischi di disinformazione, confermate anche dallo scetticismo significativo dei cittadini svizzeri riguardo all’utilizzo dell’AI nel giornalismo.

Guardando al futuro, quali competenze ritieni fondamentali per i giornalisti di domani? E in che modo università e istituti di formazione possono preparare le nuove generazioni a lavorare in un ecosistema mediatico in continua e rapida trasformazione?

Le competenze chiave del giornalismo tenderanno a configurarsi come degli skills ibridi, che non si concentrano esclusivamente sulla produzione di contenuti, ma sempre di più sulla capacità di operare criticamente all’interno di ecosistemi informativi automatizzati. L’intelligenza artificiale rende centrali competenze di AI literacy, verifica e supervisione editoriale, comprensione dei meccanismi algoritmici, gestione dei dati e responsabilità etica. Nella formazione giornalistica, questo si traduce soprattutto in capacità di valutare affidabilità e appropriatezza d’uso dell’AI in tutto il ciclo della produzione editoriale. In questo scenario, università e istituti di formazione hanno un ruolo strategico non solo nel trasmettere conoscenze nonché competenze pratiche e tecniche, ma nel creare spazi di sperimentazione critica. Integrare l’AI nei curricula in modo strutturale, sviluppare competenze riflessive ed etiche, promuovere laboratori congiunti con le redazioni e formare professionisti capaci di co-creare, e non solo di subire, l’innovazione tecnologica nel giornalismo.

Oggi assistiamo a un apparente paradosso: l’aumento esponenziale delle fonti informative va di pari passo con la diffusione di fake news e contenuti non verificati. Come si può ricostruire, secondo te, una maggiore consapevolezza del valore dell’informazione di qualità, facendo capire che il giornalismo affidabile non è scontato ma richiede competenze, formazione e un lavoro professionale rigoroso?

Occorre agire su due piani complementari. Da un lato, il giornalismo deve rafforzare pratiche di verifica sistematica e trasparenza metodologica esplicitando fonti e valorizzare la responsabilità professionale, ma anche intensificare relazioni con i pubblici, ri-costruendo la fiducia attraverso interazioni e dialoghi che superano la trasmissione di contenuti e news: una fiducia che nasce anche dalla visibilità e presenza nelle comunità che si intende servire. Dal lato della società e soprattutto delle scuole, la leva più significativa è e rimane lo sviluppo di una media literacy che non si limiata però a “riconoscere le fake news”, ma che è incentrata su competenze di valutazione critica dell’ecosistema mediatico complesso tra potere delle piattaforme social, AI, disinformazione e verifica delle fonti, formando cittadini capaci di riconoscere che l’informazione attendibile è fondamentali in una democrazia diretta.

Uno dei nodi centrali per i media di servizio pubblico riguarda il rapporto con le piattaforme digitali e i social media. Come è possibile pubblicare su queste piattaforme senza snaturare la propria missione? In che modo il servizio pubblico può continuare a distinguersi come spazio di informazione affidabile in un ambiente dominato da logiche commerciali, algoritmi e contenuti spesso non verificati?

Da una parte, la dipendenza dalle piattaforme per la diffusione di notizie sta crescendo, soprattutto tra le fasce più giovani. Questo impone che i media devono essere presenti sulle piattaforme, ma al contempo significa anche che il servizio pubblico debba sviluppare forme autonome di distribuzione, curatela e raccomandazione dei contenuti, fondate su criteri di qualità, pluralismo e responsabilità pubblica, anziché sulle logiche commerciali di engagement delle piattaforme. In questo contesto diventa essenziale rendere comprensibili al pubblico le differenze qualitative tra informazione professionale, contenuti non verificati e logiche algoritmiche delle piattaforme. Ciò implica rafforzare la trasparenza editoriale, rendere espliciti i processi di selezione delle notizie e investire in spazi di interazione che favoriscano una partecipazione consapevole e una maggiore comprensione dei media. In questo senso, il servizio pubblico può distinguersi come un’infrastruttura di orientamento e fiducia, capace di contrastare la disinformazione non solo attraverso la qualità dei contenuti, ma proponendo un modello alternativo di ecosistema informativo fondato su responsabilità editoriale, trasparenza dei processi, professionalità giornalistica e partecipazione consapevole dei cittadini.

In un contesto di consumo sempre più frammentario delle notizie e di utilizzo quasi compulsivo dello smartphone, l’informazione lineare sembra faticare a ritagliarsi il proprio spazio. Quali strategie dovrebbero adottare i media di servizio pubblico per conservare il proprio ruolo all’interno del panorama mediatico svizzero?

Prima di tutto, il servizio pubblico deve distinguersi attraverso standard particolarmente elevati di qualità, accuratezza e responsabilità nella selezione, produzione e diffusione dei contenuti. Questo principio resta valido indipendentemente dalle trasformazioni tecnologiche e dalle nuove abitudini di consumo da parte del pubblico. Oggi più che mai garantire una informazione affidabile e accessibile è essenziale per il buon funzionamento di una società democratica. Allo stesso tempo, il servizio pubblico è chiamato ad affrontare le profonde trasformazioni e sfide dell’ecosistema mediale contemporaneo, rafforzando una presenza digitale capace di offrire spazi di partecipazione e discussione democratica, nonché contenuti accessibili nei flussi frammentati delle piattaforme, senza però adottarne la logica commerciale. In questo senso, il servizio pubblico deve agire come una specie di infrastruttura culturale e civica, capace di integrare contenuti editoriali, curatela algoritmica responsabile e cooperazione con altri attori culturali ed educativi, offrendo un’alternativa riconoscibile alle piattaforme.

In un ecosistema informativo sempre più dominato da attori privati globali – dalle piattaforme digitali ai grandi gruppi mediatici – quale valore specifico può e deve offrire oggi il servizio pubblico per non essere percepito come un semplice concorrente, ma come un attore realmente necessario e centrale?

Il valore distintivo del servizio pubblico risiede nella sua funzione infrastrutturale e democratica, configurandosi come un’istituzione che garantisce qualità informativa, accesso universale, pluralismo, imparzialità e continuità, indipendentemente dalle logiche di mercato e dagli incentivi algoritmici che governano le piattaforme. Il suo compito è dunque quello di offrire un’alternativa valida all’ecosistema dominato dalle piattaforme, offrendo degli spazi informativi affidabili e trasparenti, capaci di sostenere la deliberazione democratica garantendo standard di responsabilità, pluralismo e accessibilità che il mercato, da solo, non è incentivato a fornire. In questa prospettiva, il servizio pubblico è un attore centrale che contribuisce ad arrichire e riequilibrare l’ecosistema mediale per un’informazione di qualità e per una cittadinanza informata.

 

A cura di Marco Ambrosino, Responsabile dei contenuti editoriali SSR.CORSI

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