L’informazione politica della RSI trova le sue origini nelle cronache radiofoniche di Radio Monte Ceneri (anni '30) e si evolve nel corso degli anni passando dagli approfondimenti del Quotidiano e di 60 minuti, fino ai confronti politici di Democrazia Diretta.
La storia delle trasmissioni politiche radiotelevisive della RSI è una parte fondamentale del mandato di servizio pubblico, che risponde al bisogno di garantire un’informazione politica imparziale ed equilibrata, al fine di favorire la libera formazione delle opinioni del pubblico.
Per meglio inquadrare il valore del dibattito e del dialogo all’interno del servizio pubblico, abbiamo intervistato Chino Sonzogni, ex-docente di italiano e storia e responsabile del progetto La Gioventù dibatte (sostenuto dal DECS), che dal 1.1.2025 supporta l’attività del Consiglio cantonale dei giovani (per incarico del DSS).
In un’epoca segnata da una crescente difficolta a dialogare, la capacità di dibattere diventa ancor più un esercizio necessario di democrazia. Il progetto La Gioventù dibatte mette i giovani al centro del dialogo e dell’argomentazione. Quali competenze sviluppano i ragazzi attraverso le attività svolte all’interno del progetto?
Il dibattito permette di acquisire conoscenze e sviluppare competenze personali, sociali e trasversali. Tra queste spicca il pensiero critico, cioè la capacità di combattere i pregiudizi, prendere una posizione razionale, fondata su fatti oggettivi e informazioni verificate, dopo aver valutato argomentazioni favorevoli e contrarie.
Quanto è importante il ruolo della scuola nella formazione del pensiero critico e della partecipazione democratica?
La scuola ha un ruolo fondamentale.
Il pensiero critico si può sviluppare in modi diversi e tra i più efficaci c’è sicuramente il dibattito, in particolare quando si propone un protocollo regolamentato, fondato sul rispetto della diversità di opinioni, che consente equi tempi di parola a tutti i partecipanti.
Sono relativamente soddisfatto per la presenza del dibattito nelle scuole medie, ma sono deluso per i rari momenti dedicati al dibattito nel settore medio superiore e professionale. Sono auspicabili dei Club di dibattito, già presenti in alcune scuole medie, anche nei licei, nelle scuole professionali e all’USI come avviene, ad esempio, all’Università di Ginevra.
Per la partecipazione democratica la scuola, soprattutto nel post obbligatorio, può e deve fare di più. Il Consiglio cantonale dei giovani (CCG), nella Risoluzione inviata a fine maggio al Consiglio di Stato, chiede sia potenziata l’educazione civica, alla cittadinanza, alla democrazia e rivendica più spazi per il dibattito e per la partecipazione alla vita politica. Nessuno può sostituirsi alla scuola in questi compiti, che non possono essere delegati alla famiglia, alle associazioni e partiti politici.
La scuola deve essere realmente attiva nella formazione del cittadino democratico, responsabile e attivo. Lo si proclama, ma alle declamazioni solo raramente seguono i fatti. Mi limito a un solo esempio. Anche quest’anno, per ampliare la partecipazione al CCG, una sorta di parlamento dei giovani dai 14 ai 25 anni, Marina Carobbio Guscetti e Raffaele De Rosa hanno inviato una lettera alle direzioni scolastiche con l’invito a stimolare la partecipazione dei giovani. Purtroppo, da numerose sedi, neppure un iscritto alle giornate cantonali, nelle quali i giovani sono chiamati a un concreto esercizio di democrazia, tenuto conto che la nuova legge attribuisce al CCG funzioni propostive e consultive, in collegamento diretto con il Consiglio di Stato.
Considerando la sua lunga esperienza nell’insegnamento e nella promozione di La gioventù dibatte, quali sono le principali difficoltà che i giovani incontrano oggi quando devono dibattere di temi politici o sociali?
Premetto che i giovani sono una categoria sociale eterogenea e pertanto parlare di giovani in generale comporta delle imprecisioni.
La principale difficoltà è l’informazione. Per un buon dibattito, in particolare politico, è fondamentale la conoscenza approfondita dell’attualità, dei temi sociali, di iniziative, referendum e oggetti in votazione. Studi come JAMES (Rilevamento delle attività dei giovani nei media in Svizzera), ai quali collabora anche l’USI (in particolare l’Istituto di Media e Giornalismo) ci dicono che i giovani dedicano pochissimi minuti al giorno all’informazione.
Come ci ricorda Alexis de Tocqueville, «la democrazia è il potere di un popolo informato» e quindi giovani disinformati rappresentano un pericolo per il futuro della democrazia, soprattutto in Svizzera dove i cittadini sono chiamati al voto con frequenza e su temi talvolta molto complessi.
Una seconda difficoltà è la capacità argomentativa. I giovani sono soprattutto nei social, dove non si ascolta chi la pensa diversamente: lo si esclude dalla propria bolla. Nei social non c’è spazio per il dubbio, ma solo per le proprie certezze. Nei social non si approfondisce un tema, valutando punti di vista differenti, non si argomenta: è giusta solo la propria opinione.
In un’epoca dominata dai social media e dalla comunicazione rapida, perché è ancora fondamentale difendere il valore del dibattito approfondito e dell’informazione imparziale garantita dal servizio pubblico?
Perché i social media non informano e non favoriscono il dibattito argomentato. Non sono questi i lori scopi. Mirano al guadagno e la legge degli algoritmi conduce all’omologazione del pensiero, all’appiattimento sulle posizioni dominanti. I social si fermano alla superficie, sono schegge e frammenti di fatti complessi e danno solo l’illusione di conoscere.
Come ci ricorda Ignacio Ramonet, «informarsi è impossibile senza sforzo ed esige un impegno della mente. È un’attività nobile, in democrazia, a condizione che il cittadino sia disposto a consacrare tempo e attenzione».
A differenza dei social, il servizio pubblico ha il chiaro mandato di formare e informare, nel rispetto dei fatti e dei dati oggettivi, verificando l’attendibilità delle fonti. Deve permettere il confronto di opinioni diverse in un quadro di oggettive condizioni di partecipazione, soprattutto nella nostra epoca caratterizzata dal dilagare delle Fake News. Questo è un ambito nel quale il servizio pubblico può e deve fare di più. Nei dibattiti politici deve offrire al pubblico un fact checking in diretta, al fine di smascherare subito chi veste la menzogna con l’abito della verità. Smentire il giorno successivo serve solo a rafforzare il falso.
Nel corso della storia della RSI, il dibattito politico è passato dalle cronache radiofoniche di Radio Monte Ceneri ai dibattiti di Questo e altro e Carte in tavola negli anni 80, fino ai confronti televisivi di Democrazia Diretta. Da attento osservatore esterno, come si sono evoluti secondo lei i dibatti politici trasmessi dalla radiotelevisione della Svizzera italiana?
Ricordo i dibattiti in bianco e nero del quadriennio 1967 - 1971, che mi accompagnarono alla prima partecipazione al voto come giovane elettore. I partecipanti, camicia bianca, giacca e cravatta, composti, quasi intimoriti dal mezzo televisivo, avevano un rispetto assoluto del conduttore, molto raramente costretto a richiamarli per sovrapposizione di voci. Queste le prime differenze con i dibattiti odierni, tavolta difficili da gestire per il moderatore e da seguire per il pubblico. Un rimedio? Togliere l’audio a chi, richiamato, insiste nell’interrompere. Il telespettatore che paga il canone vuole ascoltare tutti non solo i più esuberanti.
All’epoca la politica era un affare tra tre partiti PLR, PCD e PST. Ricordo che già allora i piccoli (il Partito del Lavoro e il Partito Agrario) protestavano per i rari inviti e i tempi di parola limitati. Da questo punto di vista poco è cambiato. Oggi abbiamo più del doppio dei partiti in Gran Consiglio e rivendicano il diritto di essere più presenti.
Nel 1971 per la prima volta le donne votavano e potevano essere elette (solo 11 lo furono) ma non ricordo una loro significativa presenza ai dibattiti politici televisivi. Purtroppo fu così ancora per molti anni. Oggi, pur non essendo sempre soddisfacente, la presenza femminile ai dibatti è maggiore, ma andrebbe ulteriormente intensificata.
Un altro cambiamento, sull’onda dell’estroso e impetuoso Nano Bignasca, il dibattito che è diventato spettacolo. Oggi, salvo rare eccezioni, lo spettatore - votante si conquista più con gli slogan e le frasi ad effetto che con la sottile argomentazione e l’oratoria che caratterizzava i politici del passato. Un segno tangibile del dibattito-spettacolo è mostrare la reazione di un antagonista (che ne approfitta per lanciare eloquenti messaggi di smentita e diniego al telespettatore) invece di inquadrare costantemente chi ha la parola.
Un altro aspetto da migliorare è la partecipazione dei non politici e dei giovani ai dibattiti. Ad esempio, su un tema come «No a una Svizzera da dieci milioni» potrebbero essere invitati a parlarne personalità della società civile, non necessariamente dei politici: esperti di economia, lavoro, demografia, mobilità, sanità, settori nevralgici considerati in pericolo se si giungesse alla paventata soglia. Infine ai giovani andrebbe dato più spazio nei dibattiti, pensando anche a format specifici. Le loro idee e la loro voce sono molto importanti e il servizio pubblico deve valorizzarle.
Oggi il dibattito pubblico sembra caratterizzarsi molto spesso per una diffusa polarizzazione delle opinioni, sia a livello internazionale, sia a livello svizzero. Quale ruolo può avere il servizio pubblico nel promuovere una cultura del dialogo?
Il servizio pubblico deve proseguire nel solco tracciato, ovvero controcorrente rispetto alla dilagante polarizzazione, che si caratterizza per l’intransigenza di pensiero, la convinzione che la propria opinione sia l’unica giusta, che gli altri abbiano sempre torto e quindi non debbano essere ascoltati e considerati.
Il servizio pubblico deve continuare a favorire il dibattito fra persone che non hanno le stesse opinioni, perché questo è il tratto distintivo delle democrazie e in questo confronto si possono trovare le soluzioni concrete ai problemi politici.