Il teatro e la televisione sembrano, a prima vista, mondi lontani: nel teatro lo spettatore vive l’azione in diretta, mentre in televisione tutto passa attraverso uno schermo, creando una distanza tra chi guarda e ciò che accade. In realtà, queste due realtà sono profondamente interconnesse e, nel tempo, si sono influenzate a vicenda. In vista della prossima votazione sull’iniziativa “200 franchi bastano!”, abbiamo intervistato la celebre attrice e commediografa Gardi Hutter per capire come questa iniziativa politica potrebbe avere ripercussioni negative sulla scena culturale e teatrale svizzera.
Gardi Hutter, dal 1981 gira il mondo con i suoi spettacoli. Quanto è cambiato il modo di fare e vivere il teatro in questi ultimi quarant’anni?
È cambiato moltissimo. Quando ho iniziato a recitare la società si stava aprendo:, collocato in un’atmosfera di speranza, il pubblico era folto e curioso e chi aveva una buona idea riusciva a lavorare. Oggi sento piuttosto chiusura, angoscia verso il futuro. Poi ci sono molti più giovani che si dedicano al teatro, ma non sono aumentate le strutture ricettive. il mercato è meno monopolizzato, ma anche molto più dispersivo. Sono cambiati anche i tempi televisivi: oggi serve rapidità, i budget sono ridotti e questo penalizza il teatro, che invece richiede tempo, precisione tecnica e investimenti.
Attraverso la figura del clown, è riuscita a imporsi in un ambito comico tradizionalmente dominato dagli uomini. Dal suo punto di vista, il settore culturale ha fatto progressi reali nelle pari opportunità, o molto rimane ancora da fare?
Il clown al femminile era una rarità, non c’erano personaggi femminili conosciuti. Oggi è una figura molto più sdoganata e presente in diversi festival, le donne fanno ridere in vesti molto variate. Tuttavia, il clown, uomo o donna che sia, resta spesso confinato in contesti alternativi e difficilmente approda ai grandi teatri. Non è tanto una questione di gender, quanto dell’arte comica del pagliaccio in sé: sei fai ridere, sei collocato nella cornice dell’intrattenimento, il tuo spettacolo non è recepito come forma d’arte. Poi l’immagine è rovinata dagli angoscianti Killerclown dei film americani, contrapposti ai clowns d’animazione spesso infantili e dolciastri. Il clown è fatto di ingenuità e crudeltà allo stesso momento.
Per molto tempo televisione e teatro sono stati mondi fortemente interconnessi: attori, attrici e commedie hanno raggiunto il grande pubblico anche grazie al servizio pubblico radiotelevisivo. Quanto ha inciso la televisione nella sua parabola artistica e nel far conoscere il suo lavoro?
È stata decisiva. Se riempio i grandi teatri lo devo anche alla televisione, che ha trasmesso i miei spettacoli, mi ha invitata a innumerevoli talk show facendomi così conoscere al grande pubblico. Ha offerto una visibilità in tempi brevi, qualcosa che con le sole repliche teatrali si sarebbe potuto ottenere solo dopo molti anni.
In un contesto con tanta produzione culturale che non dipende più solo dal servizio pubblico, la SSR può svolgere ancora, secondo lei, un ruolo nel sostenere la formazione, la crescita professionale e la visibilità di registi, attori, tecnici e scenografi?
La SSR può ancora svolgere un ruolo significativo, anche se forse non più solo attraverso i canali tradizionali. Oggi i social media sono determinanti – io stessa ne affido la gestione a un giovanotto – perché offrono a chiunque una finestra virtuale in cui rendersi visibile.
Un tempo servivano grandi capitali per produrre contenuti; oggi le opportunità sono molte di più, ma proprio per questo è più difficile emergere, perché la quantità di proposte è enorme. Il rischio è di perdersi.
Secondo lei, quali conseguenze concrete potrebbe avere l’approvazione dell’iniziativa “200 franchi bastano” sul mondo teatrale e, più in generale, sulla vita culturale del Paese?
La SSR è un pilastro fondamentale per il Paese e per la democrazia. Viviamo in una realtà sempre più frammentata, in cui ognuno riceve notizie modellate dagli algoritmi: viene meno il confronto e diventa difficile distinguere una fake news da un’informazione affidabile. Il servizio pubblico garantisce invece qualità e indipendenza, elementi necessari per permettere al cittadino di compiere le proprie scelte in maniera coscienziosa. Questa iniziativa, a mio avviso, qualora venisse approvata, sarebbe una pessima notizia: senza un servizio pubblico forte prevarrebbe la logica commerciale, una logica che mette l’interesse egocentrico davanti a quello collettivo. Senza la SSR l’informazione come la conosciamo oggi non esisterebbe più: sarebbe un grande impoverimento per tutti.
A cura di Marco Ambrosino, responsabile contenuti editoriali SSR.CORSI