L’Ufficio federale della cultura ha deciso di assegnare al regista Villi Hermann il Premio d’onore al cinema svizzero 2026. Un riconoscimento importante per la sua lunga carriera e per il contributo dato al cinema svizzero, che rappresenta anche un motivo di orgoglio per la Svizzera italiana. Abbiamo colto l’occasione per intervistarlo e riflettere insieme a lui sul cinema della Svizzera italiana e sul ruolo del servizio pubblico.
Villi Hermann, che significato ha ricevere questo riconoscimento e pensi che premi di questo tipo contribuiscano davvero allo sviluppo del cinema svizzero oppure sarebbe più lungimirante destinare maggiori risorse al sostegno dei giovani registi all’inizio della loro carriera?
Ogni aspetto ha la sua importanza. Va riconosciuto che i premi fanno parte della macchina promozionale cinematografica e sono un sostegno utile per la carriera di noi cineasti. Basta pensare al seguito di premi come i César in Francia o i David di Donatello in Italia. In Svizzera siamo fortunati perché questi premi sono accompagnati da una somma in denaro che, è inutile negarlo, rappresenta un aiuto. Per quanto riguarda il mio premio, lo considero anche un riconoscimento per il Ticino: un segnale che anche oltre Gottardo siamo ormai riconosciuti e che il cinema della Svizzera italiana non esiste solo durante il Festival di Locarno. È importante però che non ci si concentri solo sui premi ma che si guardi anche al finanziamento delle opere di nuove leve e al sostegno di tutti i professionisti del cinema.
Da molti anni vivi e lavori in Ticino. Cosa ti ha portato a stabilirti in questo cantone? Pensi che questo legame con il Ticino abbia influenzato i temi dei tuoi lavori e il tuo percorso di regista?
Mia mamma è del Malcantone. Lei, come tante ragazze dell’epoca, ha dovuto emigrare per lavorare nelle filande oltre Gottardo. Fino a quindici anni sono cresciuto a Lucerna e poi siamo tornati in Ticino. A quel tempo qui non esistevano scuole di cinema, per cui per studiare sono dovuto partire a mia volta. Dopo la scuola di cinema a Londra ho realizzato il mio primo film a Beride, e da lì sono partito con la mia carriera da cineaste ticinese. Non ho mai pensato di vivere fuori dal Malcantone. Ho sempre sentito il desiderio di parlare dei luoghi in cui vivo e che sento miei. Il mio cinema è quindi influenzato dal Ticino, dal Malcantone e dai luoghi che vivo quotidianamente: è in questo territorio che scopro le storie che poi amo portare nei miei lavori.
Nei tuoi film emerge spesso la ricerca di storie particolari e di situazioni che aiutano a comprendere meglio la complessità della società in cui viviamo. In un mondo sempre più segnato dalla velocità e dal consumo rapido di contenuti audiovisivi, credi che il cinema d’autore – quello che un tempo veniva definito “cinema impegnato” – abbia ancora spazio?
Inutile negarlo, sarà sempre più difficile. Bisogna però aggiungere a questa prospettiva che i nostri film lasceranno traccia, come lo lasciano le piccole e grandi opere letterarie. I prodotti proposti sulle piattaforme streaming rischiano di essere degli “eventi” che durano qualche mese e poi spariscono, risucchiati da un’offerta troppo grande. Non ho nulla contro le serie che permettono anche di dare lavoro a molti, ma è importante riflettere su quanto le opere lasciano alle generazioni future. Andare al cinema, per come lo intendo io, è concedersi un “sogno individuale e collettivo” fuori dalle mura di casa: c’è un elemento sociale che la piattaforma non può restituirti. Il cinema di oggi, al contrario della letteratura, è percepito come un’industria, ma in realtà è un lavoro più creativo e collettivo di quanto si pensi: il regista è come un direttore d’orchestra, che deve avere a che fare con molte persone e il film finale è un po’ il risultato dell’impegno di tutto l’entourage. Il cinema d’autore per me è un po’ come l’artigianato, un mestiere a rischio di estinzione, ma le cui opere resterano nella memoria. Il mio motto non cambia: “ Resistere!”
Oltre alla tua vasta produzione personale, hai anche sostenuto diversi giovani cineasti ticinesi come Erik Bernasconi, Niccolò Castelli, Francesco Rizzi e Alberto Meroni. Come vedi oggi il cinema della Svizzera italiana?
Il cinema in Ticino si è sviluppato molto proprio a partire dalle prime opere che lei cita. Il cinema di oggi è fatto di coproduzioni internazionali. Non è una modalità che amo particolarmente, ma il futuro del cinema svizzero passa anche da collaborazioni con altri Paesi come Italia, Francia, Germania o Austria. In Svizzera ci sono grandi artigiani, ma per un vero sistema industriale siamo un paese troppo piccolo, grazie a queste sinergie possiamo oggi lavoriamo più di prima e siamo inseriti nella filiera europea. Naturalmente ci sono anche risvolti negativi: non sempre è facile avere un rapporto paritario tra i produttori partner e ognuno tende a fare i propri interessi. Tuttavia, oggi la scelta è spesso tra realizzare un film autonomamente, ma destinato a un mercato ristretto, oppure accettare il compromesso della coproduzione, che permette anche di coinvolgere artisti di grande livello.
Recentemente è stata respinta un’iniziativa che voleva limitare fortemente il finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo. Quanto è importante oggi, per un cineasta, il sostegno della SSR e della RSI nelle diverse fasi di produzione cinematografica?
Fare cinema in Ticino senza la coproduzione della RSI è molto difficile, quasi impossibile. Io ho avuto la fortuna che i miei lavori, documentari e non solo, sono sempre stati coprodotti dalla RSI. Non solo a livello produttivo ma anche per la distribuzione delle opere, è importante che tutte le unità partecipino: la RTS o la SRF possono collaborare con il doppiaggio e il sottotitolaggio dei film per farli circolare, ma non sempre è possibile. In sintesi, il sostegno del servizio pubblico radiotelevisivo per questa filiera è fondamentale. Se quell’iniziativa fosse passata, sarebbe stata la fine non solo per noi cineasti, ma anche per molte maestranze, come fonici e tecnici, e sarebbero scomparse infrastrutture indispensabili per svolgere al meglio il nostro lavoro.
Malgrado una carriera che conta ormai una moltitudine di film, continui a lavorare a nuovi progetti. A cosa stai lavorando in questo periodo?
Sì, non è un premio alla carriera che mi ferma. Ultimamente sto portando avanti due progetti con lo scrittore Fabio Andina. Il primo è un documentario in cui lo scrittore ticinese ripercorre il tragitto compiuto da suo nonno a piedi dal campo di concentramento di Mauthausen fino a Cremenaga, a due passi da Ponte Tresa, nel 1945. È un lavoro che decostruisce l’idea contemporanea del camminare e mette in relazione quel passato con il presente. L’altro progetto è tratto dalla sua raccolta Sei tu, Ticino? (Rubbettino, 2020). Dai sei racconti del libro abbiamo tratto una scenggiatura che darà vita al film. Mi piace perché si svolge tra Ponte Tresa e Fornasette, la regione in cui sono crescituo e in cui vivo ancora oggi. Questa non è la prima volta che mi ispiro alla letteratura: lo avevo già fatto con Matlosa, a partire da un testo di Giovanni Orelli, e con Innocenza, ispirato alla lettura di Francesco Chiesa. La letteratura mi offre sempre una base su cui sviluppare il mio mondo cinematografico.
A cura di Marco Ambrosino, responsabile dei contenuti editoriali SSR.CORSI