L’inizio del nuovo anno porterà in serbo una novità sul fronte delle produzioni RSI: il 1° gennaio uscirà infatti Frontaliers Sabotage, nuovo film della fortunata serie che ha per protagonisti il frontaliere Roberto Bussenghi e i doganieri ticinesi Loris Bernasconi e Gabriele Veronelli, personaggi ormai entrati nell’immaginario collettivo della Svizzera italiana. Dopo il successo di Frontaliers Disaster (2017) Alberto Meroni torna dietro la macchina da presa a distanza di otto anni, firmando un nuovo capitolo della serie. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del film.
Alberto Meroni torna al cinema a distanza di otto anni con la fortunata serie dei Frontaliers. Quando hai capito che la storia meritava un secondo capitolo sul grande schermo?
Nel 2017 Frontaliers Disaster è stato accolto con grandissimo entusiasmo dal pubblico: quasi 1’000 proiezioni e oltre 35’000 spettatori. È stato quindi chiaro sin da subito che, con un interesse di questo tipo, ci sarebbe stato un seguito. Nonostante il successo, però, non immaginavo che sarebbero serviti ben otto anni per soddisfare questa richiesta del pubblico. Oltre alla pandemia, che ha rallentato sia la progettazione sia il ritorno del pubblico nelle sale, è stato necessario molto tempo per sviluppare una sceneggiatura che non deludesse le aspettative. Il sold out completo di tutte le anteprime finora realizzate e i commenti ricevuti confermano che questo sforzo è stato ripagato. Durante le proiezioni sono persino partiti degli applausi nel corso del film: di solito accade alla fine, ma sentire il pubblico ridere e applaudire durante la visione è davvero un segnale fortissimo.
In Frontaliers Sabotage oltre ai volti ormai noti di Flavio Sala e Paolo Guglielmoni, trovano spazio sulla scena anche personaggi noti al grande pubblico come Enzo Iacchetti e Christa Rigozzi. Come sono nate queste collaborazioni e com’è stata l’esperienza sul set?
Questo nuovo capitolo aveva bisogno di nuovi personaggi e il cosiddetto “casting”, cioè la ricerca degli interpreti, è iniziato già durante la fase di scrittura, così da poter “disegnare” al meglio i personaggi.Nella storia avevamo bisogno di una“secondos”, una cittadina italiana di seconda o terza generazione, e ho pensato subito a Christa. Avevo già lavorato con lei in televisione in passato e sapevo che avrebbe colto immediatamente l’intento del film. Conosce la cultura italiana, ticinese e svizzero-tedesca ed è anche una grande fan dei Frontaliers. Per Enzo Iacchetti il ragionamento è stato simile. Volevo un primo ministro italiano che fosse l’esatto opposto dell’omonimo svizzero: se Nina Dimitri interpreta una presidente della Confederazione seria, integerrima e puntualissima, serviva un contraltare forte. Un comico conosciuto da tutti era la scelta perfetta. Avevo valutato anche altri nomi, ma dopo aver lavorato insieme su una commedia la scelta è diventata inevitabile.
Quale pensiero o emozione ti piacerebbe rimanesse agli spettatori una volta usciti dalla sala?
In Frontaliers Sabotage si ride molto, grazie alle battute e a situazioni che a volte vanno oltre il realismo, un po’ come nei cartoni animati, dove tutto può accadere. Ma i messaggi che il film trasmette sono molto significativi. Prima di tutto c’è l’invito a essere davvero ciò che siamo, ricordandoci che è anche grazie alle minoranze se siamo diventati quello che siamo oggi. Poi c’è l’idea che, anche quando siamo bravi in qualcosa, dobbiamo ricordarci che c’è sempre qualcuno che può esserlo più di noi. E infine c’è un’immagine semplice ma potente: è vero che la vita è come una scatola di cioccolatini e non sai mai quello che ti capita, ma è anche giusto, forse necessario, imparare a scegliere il proprio. In fondo, la vita va decisa.
Quanto è fondamentale oggi, per un regista. poter contare sul supporto mediatico, logistico e tecnico del servizio pubblico radiotelevisivo per realizzare un progetto cinematografico di questo tipo?
Il supporto del servizio pubblico radiotelevisivo è fondamentale, direi imprescindibile, per la realizzazione e soprattutto per l’esistenza stessa di un progetto cinematografico come questo. Il vero ostacolo, infatti, è far sapere al pubblico che il film esiste. Comunicazione e diffusione sono elementi centrali.
I media privati svolgono certamente il loro ruolo, ma per ottenere una visibilità significativa è spesso necessario un investimento pubblicitario importante, che nella maggior parte dei casi finisce per alimentare grandi piattaforme e società estere, in particolare sui social media. Per una nazione come la nostra, e ancor più per una minoranza linguistica come la Svizzera italiana, questo modello non è sostenibile basandosi solo sui numeri delle entrate e chi ritiene che sia possibile non ha fatto alcun calcolo realistico. È proprio qui che il servizio pubblico assume un ruolo strategico: sostenere, accompagnare e dare visibilità alle produzioni nazionali, permettendo loro di esistere e di incontrare il proprio pubblico. Basta osservare in altri ambiti quanta comunicazione rivolta al mercato svizzero sia proposta esclusivamente in tedesco o in francese per capire quanto sia fragile l’equilibrio per le minoranze. Il servizio pubblico non è solo un partner tecnico o logistico, ma un vero garante di pluralità culturale, identità e accesso al pubblico.
A cura di Marco Ambrosino, Responsabile contenuti editoriali SSR.CORSI