I dati, lo certificano. Quasi senza lasciar traccia apparente: come acqua che scorre sui sassi.
Di per sé, non è notizia sensazionale: anche nel 2025 la televisione lineare ha subito un nuovo calo di popolarità. In particolare, fra le persone di età compresa tra i 4 e i 49 anni.
Del pari, non stupisce, desta però una certa preoccupazione, apprendere che quasi la metà della popolazione svizzera (46,4%, +0,7 punti percentuali rispetto all'anno precedente) è considerata “news-deprived”, deprivata, per libera scelta, di notizie. Vale a dire: s’informa poco o nulla, e se lo fa, lo fa principalmente tramite i social media.
Lo segnala un’indagine dell’AGF (Arbeitsgemeinschaft Videoforschung), che rileva anche, fatto ormai pressoché scontato, come lo streaming non sia l'unico responsabile del calo del consumo di TV lineare, che è soprattutto conseguenza di un mercato mediatico complessivamente sempre più frammentato e dinamico.
La consapevolezza è acclarata: il calo della domanda, le nuove tecnologie e le mutate e mutevoli abitudini degli utenti pongono sfide importanti per il settore dei media.
Uno studio del FÖG, il Centro di ricerca per la sfera pubblica e la società, dell’Università di Zurigo, finanziato dall'Associazione svizzera degli editori mediatici (VSM), scruta il futuro tratteggiando quali tendenze potrebbero modellare l’uso dei media in Svizzera entro il 2035 e quali opportunità o rimedi si potrebbero delineare.
Considerato che la fruizione tradizionale dei media in Svizzera continuerà a diminuire - spostandosi significativamente verso i canali digitali, sempre più presidiati da piattaforme e fornitori di intelligenza artificiale – parrebbe confortante, perché non è un paradosso, assumere che, al contempo, non verrà meno la fiducia nel giornalismo professionale e la sua importanza come strumento di democrazia.
Nessuno lo ignora e neppure ormai lo sottovaluta, anche gli esperti concordano: la produzione, la circolazione e la fruizione dell’informazione – intesa in senso lato come lettura e racconto della realtà - sono attualmente al centro di trasformazioni profonde: sia per quanto riguarda le pratiche professionali del giornalismo, sia per ciò che le modalità attraverso cui il pubblico accede alle notizie.
Modalità che sono però sempre più spesso addomesticate, per corrispondere alle esigenze di utenti che sempre più sembrano cercare notizie che confermino le proprie convinzioni piuttosto che la verità.
Terreno fertile per la disinformazione, intesa come la condivisione e la diffusione di informazioni false o fuorvianti, che, speculando sulla categorizzazione rigida degli individui (per età, professione, sesso, ceto, credo religioso, idee politiche, tifo sportivo) favoriscono la diffusione di pregiudizi, mirando ad insinuare insicurezza tra la popolazione e minare la fiducia nelle istituzioni o nei confronti di determinate persone. Diversi attori, sempre più potenti, vi ricorrono per (dis)orientare l’opinione pubblica verso interessi di parte.
Un fenomeno conosciuto fin dai tempi remoti: ogni forma di regime autoritario ne ha spudoratamente abusato a meri fini propagandistici.
Oggi, però, la disinformazione, in quanto fenomeno principalmente appannaggio del mondo digitale, in virtù della crescente centralità dei social media come luoghi primari di accesso alla (dis)informazione, è assai più dannosa. È invasiva e pervasiva, subdola ed insinuante, tracimante, destabilizzante, manipolatoria, puntualmente diffusa in tempo reale.
Ne deriva una situazione in cui il giornalismo si distingue e si misura in termini di competenza, affidabilità e assunzione di responsabilità.
Perché, come abbiamo visto, il giornalismo rimane sistemicamente importante per la società democratica, e, andando incontro al futuro si troverà ad affrontare una notevole pressione economica e tecnologica, cui far fronte grazie a quelli che sono punti di forza chiave, in particolare fiducia e qualità. Che strategicamente andranno potenziati, sviluppando nuovi modelli di cooperazione e una strategia di contenuti differenziata, per continuare a svolgere un ruolo vitale nella sfera pubblica democratica da qui al 2035.
Come annota Katharina Lobinger, Professoressa straordinaria di Comunicazione Online presso l’USI, in un suo intervento, difendere la qualità della comunicazione non significa semplicemente preservare una tradizione professionale, ma salvaguardare le condizioni affinché continui ad esistere uno spazio pubblico informato. E salvaguardarlo richiede il sostegno al giornalismo di qualità, la verifica rigorosa delle fonti (specialmente quelle anonime) e la promozione di competenze critiche.
La capacità di distinguere tra ciò che è documentato e ciò che è suggestivamente costruito, tra ciò che mira a chiarire e ciò che mira a persuadere, è oggi un tratto fondamentale della cittadinanza democratica. Che significa molto più che esercitare il proprio diritto di voto.
La democrazia comprende valori, principi, istituzioni e processi sociali fondamentali che caratterizzano e determinano la nostra convivenza. In quanto cittadine e cittadini, siamo chiamati a riflettere costantemente su questi aspetti, a rinegoziarli e a viverli anche nella quotidianità. Un punto è chiaro: la democrazia non è un sistema politico scontato, perché richiede impegno, consapevolezza, competenze e una società disposta a contribuire attivamente alla costruzione del futuro.
Sostenere le competenze specializzate nelle redazioni come parte integrante della costruzione consapevole dell’opinione pubblica non è dunque un lusso, ma una necessità. In una cultura in cui comunicare presuppone conoscenza, la responsabilità della produzione, dell’interpretazione e della trasmissione dei fatti è più importante che mai.
Illusorio consegnare questo compito e questa responsabilità unicamente al settore privato: per sua natura, non si pone al servizio del pubblico.