Non è una novità che negli ultimi anni, i social media sono diventati uno dei principali punti di accesso all’informazione per una parte significativa della popolazione. In particolare, i giovani spesso s’imbattono nelle notizie in maniera incidentale mentre scorrono piattaforme come Instagram, TikTok o Facebook. La ricerca sui media parla in questo contesto di un’esposizione incidentale alle notizie. Significa che l’incontro con l’informazione non avviene più necessariamente attraverso l’accesso diretto a un sito di notizie o prendendo in mano un giornale con l’intenzione di fruire contenuti giornalistici. Invece, il contenuto viene percepito all’interno di un flusso di contenuti molto più ampio, con contributi provenienti da vari settori. In questo contesto, il giornalismo non opera più in uno spazio informativo separato, ma all’interno di un ambiente digitale dominato dalle logiche delle piattaforme che ne sono proprietarie .
Perché fare giornalismo in un contesto non progettato per l’informazione?
Questo sviluppo non è privo di conseguenze e problematiche. Innanzitutto, i social media non sono progettati come spazi giornalistici, ma come ambienti orientati a massimizzare l’attenzione, l’interazione e la quantità di tempo trascorso sulla piattaforma con il fine ultimo di monetizzare l’attività degli utenti. Quando questi spazi diventano uno dei principali punti di accesso all’informazione, il giornalismo è costretto ad adattarsi alle loro logiche di visibilità e distribuzione. Ciò porta a una crescente dipendenza dalle piattaforme e dalle loro regole algoritmiche, che non sono necessariamente orientate alla qualità dell’informazione o all’interesse pubblico.
Allo stesso tempo, i media giornalistici non possono semplicemente ignorare questi ambienti: per raggiungere il pubblico, devono essere presenti proprio lì dove le persone trascorrono una parte significativa del loro tempo online. Questo significa che il giornalismo deve cercare di offrire informazione affidabile all’interno di contesti che non sono stati progettati secondo logiche giornalistiche. Ne deriva una sfida strutturale per il giornalismo contemporaneo. Finché i social media rimangono uno dei principali punti di accesso all’informazione, i media devono operare in spazi governati da regole e incentivi diversi da quelli del giornalismo. A lungo termine, questo pone la questione se sia possibile sviluppare o rafforzare spazi informativi alternativi, regolati in modo diverso e più coerenti con i principi e le norme del giornalismo.
Le difficoltà ad orientarsi in un flusso di immagini
Una caratteristica centrale di social media è la forte predominanza di contenuti visivi. Le piattaforme privilegiano immagini e brevi video che circolano rapidamente e vengono consumati in sequenze molto dense. All’interno dello stesso flusso convivono contenuti provenienti da fonti molto diverse: produzioni giornalistiche, comunicazione istituzionale, contenuti di creator professionisti, contenuto creato dagli utenti stessi o pubblicità. La crescente pluralità di contenuti visivi è dovuta anche al fatto che oggi è sempre più facile crearli: le tecnologie di produzione e modifica delle immagini sono spesso integrate direttamente nelle app oppure semplificate. Di conseguenza, diventa spesso difficile distinguere tra immagini che documentano eventi di attualità e contenuti decontestualizzati, fuorvianti o semplicemente falsi.
Un ulteriore fattore che complica la valutazione delle immagini è la crescente complessità degli ecosistemi visivi digitali e delle tecnologie visive. Nei flussi dei social media si incontrano oggi materiali visivi molto diversi: riprese di droni, immagini provenienti da videogiochi militari sempre più realistici, immagini generate con l’intelligenza artificiale che imitano l’estetica fotografica, oppure video in cui elementi di realtà aumentata si sovrappongono alle riprese reali. Questi diversi tipi di immagini condividono spesso lo stesso formato e circolano nello stesso spazio visivo, rendendo più difficile per gli utenti distinguere tra documentazione giornalistica, simulazione o disinformazione.
Allo stesso tempo, i social media sono ambienti dominati dalla velocità e dallo scorrimento continuo dei contenuti. Le immagini appaiono una dopo l’altra e costituiscono spesso il punto di partenza per ulteriori esplorazioni informative — oppure vengono semplicemente consumate come flusso visivo indefinito e infinito. La ricerca sulla comunicazione visiva mostra inoltre che le immagini vengono percepite molto rapidamente e che il loro impatto cognitivo ed emotivo è difficile da controllare. A differenza di un testo, non possiamo decidere di “non vedere” un’immagine che appare sullo schermo, né è facile cancellarla dalla memoria. Proprio per questo le immagini hanno un forte potere nel plasmare la percezione degli eventi e la comprensione delle notizie.
Il problema diventa particolarmente evidente nei momenti di crisi o di conflitto. Nelle prime fasi dell’attuale conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti, per esempio, sui social media sono circolati numerosi video e immagini presentati come documentazione diretta degli attacchi. Alcuni di questi contenuti si sono rivelati provenire da videogiochi militari, da eventi più vecchi oppure essere stati generati con l’intelligenza artificiale. In alcuni casi questi materiali hanno raggiunto milioni di visualizzazioni prima di essere verificati. Una volta diffusi, tuttavia, è quasi impossibile limitarne la circolazione. Situazioni di questo tipo illustrano bene il fenomeno della disinformazione visiva, cioè la diffusione di immagini o video fuorvianti che possono essere facilmente interpretati come prove di eventi reali.
L’enorme quantità di immagini e video prodotti e condivisi ogni giorno rende sempre più difficile orientarsi nello spazio informativo digitale. In questo contesto diventa fondamentale concentrarsi meno sul singolo contenuto – il quale spesso è impossibile da verificare da un utente normale – e più sull’affidabilità della fonte che lo diffonde. Le persone dovrebbero chiedersi se un determinato contenuto sia stato pubblicato o verificato da organizzazioni giornalistiche credibili prima di condividerlo. Qui emerge il ruolo delle fonti giornalistiche affidabili. In un ambiente caratterizzato da un flusso continuo di immagini, i media professionali svolgono una funzione essenziale: verificare il materiale visivo, fornire contesto e spiegare ciò che le immagini mostrano davvero. Questo lavoro di verifica diventa particolarmente importante quando contenuti manipolati o generati artificialmente possono facilmente essere scambiati per documentazione giornalistica.
Le crescenti sfide dell’informazione pubblica nell’ecosistema delle piattaforme
In Svizzera, i media di servizio pubblico occupano una posizione centrale in questo ecosistema informativo. Secondo il Reuters Digital News Report, la fiducia nel giornalismo nel paese rimane relativamente alta rispetto a molti altri contesti internazionali e i media del servizio pubblico figurano tra le fonti più credibili. Proprio per questo la loro presenza anche sulle piattaforme social diventa rilevante: non solo per raggiungere il pubblico dove si informa, ma anche per offrire contenuti verificati in uno spazio dominato da immagini difficili da interpretare. Anche se le logiche e le funzionalità delle piattaforme non coincidono con i principi del giornalismo, la presenza di media affidabili in questi ambienti diventa importante per contribuire a offrire al pubblico alcuni punti di orientamento all’interno del flusso informativo. Allo stesso tempo, diventa necessario interrogarsi su come questi spazi possano essere governati in modo più coerente con gli interessi dell’informazione pubblica, oppure su come sviluppare e rafforzare spazi informativi alternativi: il giornalismo, già sottoposto a forti pressioni economiche e strutturali, può cercare di operare all’interno di queste logiche e in parte contrastarle, ma difficilmente può sostenere da solo la responsabilità di risolvere in modo duraturo le problematiche che caratterizzano l’ecosistema informativo digitale attuale.