Per oltre un secolo la fotografia ha rappresentato una delle forme più potenti di testimonianza visiva. Una fotografia sembrava offrire qualcosa di più di una semplice rappresentazione: appariva come una traccia diretta della realtà, una prova che qualcosa fosse realmente accaduto. Oggi, però, l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa mette profondamente in discussione questa convinzione. Se un’immagine può essere creata senza una macchina fotografica, senza un evento reale e senza alcun legame con il mondo fisico, cosa resta del nostro rapporto con la “verità visiva”?
Questa domanda è al centro di molti dibattiti contemporanei. Titoli come “Non possiamo più fidarci dei nostri occhi” o “La fotografia è morta” compaiono regolarmente nei media. La diffusione di deepfake e immagini generate dall’AI alimenta infatti il timore di una vera e propria crisi epistemologica, cioè una crisi che riguarda il modo in cui produciamo, condividiamo e riconosciamo la conoscenza.
Ma forse la situazione è più complessa. E forse il problema non nasce con l’intelligenza artificiale.
Una fiducia (falsa) costruita nel tempo
Fin dalla sua nascita nell’Ottocento, la fotografia è stata associata a idee di autenticità e oggettività. William Henry Fox Talbot, uno dei suoi pionieri, la descriveva come una sorta di “matita della natura”, suggerendo che l’immagine fotografica fosse un’impronta diretta della realtà stessa, mentre Louis Daguerre presentava il dagherrotipo come un processo attraverso il quale “la natura poteva riprodurre sé stessa”. Queste narrazioni e metafore hanno contribuito a costruire quella che molti studiosi definiscono la “verità fotografica”: la convinzione che la fotografia sia una finestra trasparente sul mondo. Anche quando siamo consapevoli dell’esistenza di manipolazioni, continuiamo spesso ad attribuire alle fotografie una particolare credibilità.
Eppure, gli studiosi della comunicazione visiva hanno mostrato da tempo che nessuna fotografia è o può essere una rappresentazione neutrale della realtà. Ogni immagine è il risultato di molte scelte umane e tecnologiche: che cosa includere e cosa escludere dall’inquadratura, da quale angolazione fotografare, quando scattare, quale tecnologia utilizzare, come selezionare l’immagine finale e in quale contesto pubblicarla.
In altre parole, la fotografia è sempre stata il risultato di un processo di mediazione, anche se questo processo ci è spesso apparso “invisibile”.
L’AI rende visibile un problema già esistente
L’intelligenza artificiale non crea un problema nuovo, ma rende più visibile un problema già esistente. Le immagini generate dall’AI possono apparire sorprendentemente fotografiche, perché i sistemi che le producono hanno imparato analizzando milioni di fotografie. Riproducono luci, prospettive, texture e dettagli che ricordano le fotografie tradizionali. Il risultato è un’immagine che appare fotografica senza esserlo.
Questo fenomeno ci costringe a riflettere su una distinzione fondamentale: un’immagine può apparire fotografica senza avere alcun rapporto diretto con un evento realmente accaduto. In altre parole, può essere fotorealistica senza essere una fotografia (così come anche un dipinto può essere fotorealistico). Molte reazioni alle immagini generate dall’AI si basano però su un confronto implicito tra immagini “false” e fotografie “vere”. Quando un’immagine artificiale diventa virale, viene spesso descritta come una manipolazione o una frode, con la convinzione che, se è generata dall’AI, non è una foto vera.
Questa contrapposizione è problematica perché attribuisce alla fotografia uno statuto privilegiato di autenticità e un’aura di verità che non ha mai posseduto in modo assoluto, un’attribuzione. Se un’immagine generata dall’AI viene considerata inaffidabile semplicemente perché non è una fotografia, si finisce per suggerire che le fotografie siano, per definizione, affidabili e vere. Ma è proprio questa idea che la ricerca sulla comunicazione visiva ha da tempo respinto. Infatti, neppure le fotografie sono mai state finestre neutrali sul mondo: sono il risultato di scelte, mediazioni e processi di rappresentazione.
L’intelligenza artificiale non dovrebbe dunque indurci a idealizzare la fotografia, bensì a riflettere più criticamente su tutte le forme di rappresentazione visiva.
Non è una crisi della vista
Molti commentatori e commentatrici sostengono che stiamo vivendo una crisi del vedere. In realtà, potrebbe essere più corretto parlare di una crisi delle nostre aspettative nei confronti delle immagini.
Per molto tempo abbiamo guardato “attraverso” le immagini, concentrandoci quasi esclusivamente su ciò che rappresentavano e ignorando che si tratta di un medium. Abbiamo prestato meno attenzione alle condizioni della loro produzione, alle intenzioni di chi le ha create, alle istituzioni che le hanno diffuse e ai contesti in cui sono state interpretate.
L’intelligenza artificiale ci ricorda che le immagini non sono semplicemente finestre aperte sul mondo. Sono oggetti culturali e tecnologici che devono essere interpretati.
La domanda più importante non è dunque: “Questa immagine è “vera”?”. Una domanda più utile potrebbe essere: “Perché sto vedendo questa immagine? Chi l’ha prodotta? Con quale scopo? In quale contesto circola?”.
Questo spostamento di prospettiva consente di affrontare in modo più efficace sia le fotografie tradizionali sia le immagini generate dall’AI.
Il ruolo delle istituzioni
In questo scenario assumono particolare importanza le istituzioni che producono, verificano e contestualizzano le immagini. Il giornalismo professionale, ad esempio, non si limita a “pubblicare fotografie”. Definisce regole, procedure e standard che permettono di valutarne l’affidabilità. Un esempio è il World Press Photo Award, considerato uno dei più prestigiosi riconoscimenti internazionali nel campo del fotogiornalismo. Infatti, negli ultimi anni ha introdotto regolamenti molto rigorosi sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale, stabilendo che le immagini candidate devono essere realizzate con una macchina fotografica e non possono contenere elementi generati artificialmente.
Queste regole non eliminano tutti i problemi, ma contribuiscono a creare trasparenza e fiducia.
Un ruolo particolarmente importante spetta anche ai media di servizio pubblico. Grazie al loro mandato orientato all’interesse collettivo, essi non sono chiamati soltanto a informare, ma anche a spiegare come vengono prodotte e verificate le notizie e le immagini che circolano nello spazio pubblico. In un contesto caratterizzato da disinformazione e manipolazioni, il servizio pubblico può contribuire a rafforzare la fiducia attraverso processi editoriali trasparenti, pratiche rigorose di verifica e iniziative di educazione ai media.
Una ragione per essere ottimisti
L’emergere delle immagini generate dall’AI non significa necessariamente che stiamo entrando in un’epoca in cui nulla sarà più credibile. Al contrario, potrebbe spingerci a diventare osservatori e osservatrici più consapevoli. Il problema non è che non possiamo più fidarci dei nostri occhi. Il problema è che per troppo tempo abbiamo guardato soltanto al contenuto rappresentato dalle immagini, trascurando la loro mediazione, il loro contesto e la loro natura di oggetti culturali.
L’intelligenza artificiale ci ricorda che la fiducia nelle immagini non può dipendere unicamente dal modo in cui sono state prodotte: il fatto che un’immagine non sia generata dall’AI non significa automaticamente che sia “vera”. Anche le fotografie richiedono interpretazione, contestualizzazione e verifica. E proprio in questo senso l’AI può rappresentare non solo una sfida, ma anche un’opportunità: quella di costruire una cultura visiva più critica, più riflessiva e più resiliente.
Questo articolo riassume alcuni dei temi affrontati nella conferenza pubblica “In Images We Trust!?” tenuta dall’autrice il 12 maggio 2026 presso il Mobiliar Center for Resilience dell’Università di Friburgo.