In Svizzera, la diversità culturale è strettamente legata al plurilinguismo. Il tedesco, il francese, l’italiano e il romancio non rappresentano solo lingue diverse, ma anche differenti esperienze storiche, pratiche quotidiane e modi di rappresentarsi nella società. Tuttavia, spesso si dimentica che in contesti mediatici la diversità non si esprime soltanto attraverso le parole, ma anche, e talvolta in modo ancora più forte, attraverso le immagini.
Ciò che viene mostrato e il modo in cui viene mostrato seguono convenzioni culturali. La scelta dei soggetti, la composizione delle immagini, i colori o il montaggio influenzano ciò che viene percepito come autentico, moderno o tradizionale. Queste convenzioni variano tra regioni linguistiche, contesti sociali e mediatici, e generazioni. Le lingue visive sono anche lingue culturali e trasmettono valori e senso di appartenenza, spesso in modo implicito. Per questo, parlare di diversità culturale significa anche parlare di culture visive.
Vorrei soffermarmi su due tendenze che oggi favoriscono una crescente uniformità visiva e rappresentano un rischio per questa diversità: la standardizzazione legata alle logiche delle piattaforme digitali e l’uso sempre più diffuso di immagini generiche, come le immagini stock o quelle generate dall’intelligenza artificiale.
Logiche delle piattaforme e l’omogeneizzazione visiva
Una delle principali spinte verso la standardizzazione visiva è rappresentata dalle piattaforme visive digitali. Le loro logiche favoriscono la diffusione di immagini facilmente leggibili, emotivamente chiare e ben adattabili ai meccanismi algoritmici. Le piattaforme tendono inoltre a privilegiare determinati formati, come il formato quadrato a lungo promosso da Instagram, e a imporre specifiche estetiche. Non a caso si è diffuso il termine “instagrammabile” per descrivere immagini che funzionano bene all’interno di questa estetica dominante.
In un contesto guidato dagli algoritmi, la complessità visiva, l’ambiguità o le specificità culturali faticano a emergere. Il risultato è una lingua visiva globale che tende ad assomigliare ovunque, attraversando paesi e culture. Si ripetono volti, corpi e composizioni visive simili. Questa estetica delle piattaforme non influenza solo i social media, ma si estende progressivamente anche ad altri ambiti mediali, introducendo standard impliciti su quella che viene considerato un’immagine “buona”. Il rischio è che la diversità visiva venga gradualmente messa in secondo piano, sostituita da criteri di efficienza, riconoscibilità e massimizzazione della visibilità.
Immagini stock: intercambiabili ma rivendibili
Questa tendenza all’uniformità è particolarmente visibile nell’uso massiccio delle stock photos. Si tratta di immagini prodotte e distribuite da archivi commerciali per essere riutilizzate in contesti molto diversi, dalla pubblicità alla comunicazione istituzionale, fino al giornalismo. Le stock photos classiche mostrano situazioni generiche, ruoli stereotipati e ambienti neutri, così da poter essere utilizzate più volte e in contesti diversi. La loro estetica è quindi strettamente legata alla loro attrattiva economica, ma rappresenta anche il loro limite culturale. Queste immagini suggeriscono una realtà astratta, mostrando “persone” raramente inserite in contesti riconoscibili. Le specificità regionali e culturali vengono così attenuate o eliminate.
È importante sottolineare che le stock photos non sono problematiche in sé. In molti casi sono una soluzione pratica e legittima. Il problema nasce quando diventano la norma e non sono affiancate da immagini radicate nei contesti e culture locali. In questi casi, il risultato è una cultura visiva sempre più uniforme e intercambiabile. Negli ultimi anni, le stock photos tradizionali vengono sempre più spesso sostituite da immagini generate dall’intelligenza artificiale. Anche queste non sono problematiche in sé, ma rendono ancora difficile la creazione di rappresentazioni visive culturalmente e regionalmente specifiche, poiché i sistemi di intelligenza artificiale sono (anche) addestrati su immagini globali e generiche.
Oltre il giornalismo: le culture visive della vita quotidiana, la loro rilevanza socioculturale e il ruolo del servizio pubblico
La diversità visiva non si esprime solo nei formati informativi o giornalistici. Un ruolo centrale è svolto anche dall’intrattenimento, dalle serie televisive, dai programmi per bambini, dalle trasmissioni sportive e dalla comunicazione visiva in ambito educativo e culturale. Questi formati mostrano modi di vivere e di relazionarsi e contribuiscono a definire ciò che viene percepito come tipico o marginale.
Un esempio recente è la serie Netflix Emily in Paris, giunta alla quinta stagione e ambientata in parte a Roma. In uno degli episodi viene mostrato come un gesto tipico in Italia il fatto di salutarsi con tre baci. Questa rappresentazione ha suscitato rapidamente un ampio dibattito online. Molte persone, spesso con video ironici, hanno fatto notare che questo gesto non è diffuso né considerato “tipico” in molte regioni italiane. Sono seguiti numerosi commenti e reazioni che hanno criticato questa semplificazione o “errore”, mostrando quanto anche la rappresentazione di piccoli gesti quotidiani abbia una forte importanza culturale.
Questo esempio è rilevante anche in una prospettiva svizzera. Nella Svizzera italiana, i gesti quotidiani, le forme di saluto e le pratiche sociali sono influenzati dalla cultura italiana, ma non coincidono automaticamente con le rappresentazioni proposte dai prodotti mediali italiani né con quelle della Svizzera tedesca o francese. Le culture visive, infatti, si sviluppano sempre in contesti specifici. Rappresentarle in modo autentico significa riconoscere queste differenze sottili ma importanti e renderle visibili.
Proprio qui emerge il ruolo del servizio pubblico, non solo nell’informazione, ma anche nei contenuti di intrattenimento e culturali. Grazie alla sua vicinanza ai contesti regionali e linguistici e a un finanziamento che non segue esclusivamente le logiche di mercato che spingono verso la standardizzazione, il servizio pubblico può e deve contribuire a rendere visibili e a mantenere queste preziose culture visive, offrendo rappresentazioni più vicine alle esperienze locali e regionali.
La diversità visiva non è quindi un lusso, ma una risorsa democratica. Le immagini influenzano chi è reso visibile in che modo, chi viene riconosciuto come parte della società e chi resta ai margini. Una società pluralista ha bisogno di narrazioni visive diverse con stili diversi, non solo di opinioni diverse. In un paese plurilingue e culturalmente variegato come la Svizzera, come le varie lingue anche le lingue visive diverse devono coesistere, dialogare o anche entrare in tensione tra loro. Se manca un impegno chiaro a favore di questa varietà, il rischio è che le differenze vengano appiattite a favore di immagini facilmente riconoscibili e universalmente comprensibili, ma essenzialmente prive di profondità, di contesto e di risonanza.