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Come un mosaico in cui manca una tessera

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01 Aprile 2026
Contributo di Giangi Cretti

Ci fu un tempo. E, direi, non solo per fortuna, quel tempo non c’è più.

Un tempo in cui, per captare i segnali televisivi, quasi a mo’ di rabdomante, ciclicamente e manualmente, orientavi l’antenna sul tetto, fuori dalla finestra o, quella a baffo, direttamente integrata nel televisore.

Un tempo in cui i canali radio e televisivi della TSI – allora si chiamava così – rappresentavano praticamente l’unico segnale audio e visivo in lingua italiana per chi viveva oltre Gottardo. Per centinaia di migliaia di italofoni nella Svizzera tedesca e francese, quell’offerta non era soltanto informazione o intrattenimento: era un filo diretto con la propria lingua, un riferimento identitario, un modo per provare a sentirsi parte di una comunità più ampia.

Esistevano anche programmi specificamente dedicati a questo pubblico: spazi pensati per raccontare l’italianità “fuori confine”, per dare voce a chi viveva lontano dal Ticino e dai Grigioni italiani, ma soprattutto dall’Italia. Oggi, quei programmi sono naturalmente superati, figli di un’epoca in cui il pubblico era più definito e i confini, non solo mediatici, più chiari.

Negli anni, va da sé, le cose sono profondamente cambiate. Dalle parabole satellitari alla rete, l’offerta mediatica è diventata sterminata, quasi selvaggia. I contenuti si moltiplicano, le piattaforme si sovrappongono, e il pubblico si trova spesso in una condizione paradossale: avere tutto a disposizione, ma non sapere più su cosa sintonizzarsi. È la logica della scelta infinita, della ricerca continua del “non ancora noto”.

In questo nuovo ecosistema, l’italianità rischia di diluirsi. Se un tempo il mondo in lingua italiana – anche grazie alla radiotelevisione oggi non più della Svizzera italiana, ma finalmente della Svizzera di lingua italiana – si percepiva come protagonista e parte integrante della realtà nazionale, oggi deve competere con una pluralità di offerte globali che non hanno alcun radicamento nel contesto svizzero.

Eppure, proprio in questa complessità emerge con ancora maggiore forza il valore del servizio pubblico. La Radiotelevisione svizzera di lingua italiana (RSI) non è semplicemente un operatore tra i tanti, ma un attore con una missione precisa: mantenere viva e rilevante l’italianità all’interno del mosaico svizzero.

La Svizzera è, infatti, un mosaico. E non c’è nulla di più evidente – quasi disturbante – di un mosaico a cui manca una tessera. Anche se piccola, anche se apparentemente marginale, è proprio quell’assenza a saltare all’occhio, a lasciare un vuoto. Come un sorriso senza un dente: è quel dettaglio mancante che rimane impresso.

L’italianità nella Svizzera tedesca e francese è una di quelle tessere. E la sua presenza non è negoziabile, se si vuole preservare l’equilibrio e l’armonia dell’insieme.

In questo quadro, la comunità italofona che vive oltre Gottardo assume un ruolo fondamentale. Non è una periferia culturale, ma una componente viva, diffusa e dinamica. Un tempo anche i giornalisti dell’informazione erano, in un certo senso, “dei nostri”: conoscevano quella realtà perché, almeno in parte, la vivevano direttamente. Questo contribuiva a creare un racconto autentico, capace di rappresentare davvero l’italianità al di fuori della Svizzera italiana.

Oggi, questa prossimità va ripensata e ricostruita in forme nuove. Non si tratta di tornare ai modelli del passato, ma di reinterpretarne lo spirito: riconoscere che l’italianità non è confinata, ma diffusa; non è residuale, ma strutturale.

Alla luce anche dell’esito del voto federale dello scorso 8 marzo, che ha ribadito l’importanza del servizio pubblico e ne ha rilanciato il mandato, la RSI ha un’opportunità chiara: rafforzare il proprio ruolo come piattaforma di coesione linguistica e culturale su scala nazionale.

Questo significa, in concreto, sviluppare un’offerta capace di fidelizzare il pubblico italofono oltre Gottardo senza isolarlo in spazi separati. Non più “programmi dedicati” in senso tradizionale, ma una presenza trasversale: storie, volti, esperienze che entrano nel racconto quotidiano della Svizzera.

Significa anche investire in contenuti digitali che intercettino le nuove abitudini: formati brevi, accessibili, condivisibili, pensati per chi vive in un ambiente plurilingue e si muove tra identità diverse. Ma soprattutto significa tornare a costruire un senso di riconoscimento: far sì che chi vive a Zurigo, a Basilea o a Ginevra possa ritrovarsi nella lingua italiana non come nostalgia, ma come realtà viva e contemporanea.

La RSI può inoltre recuperare quello spirito di prossimità che caratterizzava il passato, non necessariamente in senso geografico, ma relazionale: collaborazioni con il mondo associativo, presenza sul territorio, ascolto attivo delle comunità. Perché l’italianità oltre Gottardo non è un concetto astratto, ma un insieme di esperienze concrete che chiedono di essere raccontate.

In definitiva, la sfida non è solo mediatica, ma culturale. In un contesto in cui l’offerta è potenzialmente infinita, ciò che fa la differenza non è la quantità, ma la capacità di creare senso, appartenenza, identità.

L’italianità in Svizzera è una tessera di un mosaico. Piccola, forse, ma essenziale. E la RSI ha il compito – e oggi più che mai la legittimità – di fare in modo che quella tessera non venga mai meno, ma continui a dare forma e significato all’insieme.

 

Giangi Cretti 

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